“Giornata della solidarietà” o giornata della costruzione della pace?

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Nel pianeta – come ci ricorda Padre Alex Zanotelli – dilaga in un allarmante crescendo una “guerra mondiale a pezzetti”. In questa guerra l’Italia fa la sua parte vendendo armi, partecipando da 15 anni alla guerra in Afganisthan come a tutti gli altri conflitti in cui è coinvolta la NATO, mentre la ministra Pinotti si dice senz’altro disposta ad alzare al 2% del Pil le spese militari – passando da 64 a 100 milioni di euro al giorno: una follia!! – per rispondere alle esplicite e pressanti richieste del presidente degli Stati Uniti.

Mentre Alex Zanotelli chiede di indire una marcia straordinaria Perugia-Assisi per contrastare i venti di guerra che spazzano il mondo, a Pisa le bambine e i bambini, gli alunni e le alunne, gli studenti e le studentesse delle scuole sono chiamati, il 27 aprile, a celebrare le forze armate nella cosiddetta “Giornata della solidarietà”.

La presenza diretta dei militari a questa giornata si è  sfumata negli anni dopo che  numerose associazioni cittadine promossero una affollata manifestazione di dissenso rispetto a una presentazione mistificata del ruolo dell’esercito nel nostro paese. Nonostante ciò il senso della giornata non è cambiato, i lanci dei paracadutisti continuano a suggellare la conclusione della manifestazione, la caserma continua ad ospitare alcune scolaresche  a cui non si parlerà delle bombe che i nostri aerei scagliano sui civili indifesi ma delle operazioni di soccorso nelle città terremotate, spingendo le bimbe e i bimbi a dire: “Non è vero che i militari sono cattivi”.

E naturalmente noi siamo d’accordo con le bimbe e con i bimbi: i militari non sono “cattivi”. Essi sono cittadine e cittadini come noi presi nella morsa di un sistema che fa della guerra il suo più grande business. Non si dirà, però, nel corso della giornata, quali sono quelli e quelle che sono partiti volontariamente per le missioni di guerra, pardon, bisogna dire di pace, e quali sono quelli per i quali la carriera militare è stata l’unica alternativa alla disoccupazione o a un’occupazione precaria e malpagata, né si farà il conto di quanti sono i morti, quanti i disabili, quante le persone con disturbi psichici prodotti dalla “guerra mondiale a pezzetti” a cui l’Italia partecipa, quale il prezzo economico e sociale che la comunità paga e pagherà per tutto questo.  Né tantomeno si farà il conto di quali e quante spese produttive in sanità, educazione, economia produttiva, sia a livello italiano che internazionale si potevano operare con il fiume di denaro che è invece destinato a sostenere il mostruoso mercato della guerra e delle armi.

Alle bambine e i bambini, gli alunni e le alunne, gli studenti e le studentesse vogliamo e dobbiamo invece raccontare che la guerra è uno strumento nelle mani dei potenti, che le popolazioni dei paesi devastati dalla guerra hanno capacità di resistenza, spesso con mezzi nonviolenti, che possono essere incoraggiate e supportate invece che annichilite con i bombardamenti. Vogliamo e dobbiamo raccontare loro che senza le avventure criminali e destabilizzanti chiamate missioni di pace cresciute a dismisura negli ultimi venticinque anni oggi non avremmo un mondo sempre più pieno di autocrati e di irresponsabili guerrafondai che massacrano la democrazia alimentando altri e sempre più micidiali e pericolosi conflitti.

La preparazione della guerra e la minaccia della guerra sono il loro brodo di coltura ed è questa spirale che dobbiamo interrompere.

Se si vuole la pace bisogna preparare la pace.

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