Sergio Bontempelli

Ho militato, giovanissimo, in una piccola formazione che si chiamava Democrazia Proletaria: uno strano partito, erede dell’estrema sinistra “sessantottina” ma che si dichiarava nonviolento, pacifista, ambientalista. E che metteva insieme (o almeno ci provava) Marx e Gandhi, Mao Tse-Tung e Don Milani, l’Intifada e Piazza Tien-An-Men.
Sono diventato maggiorenne più o meno nei giorni in cui cadeva il Muro di Berlino: ai TG si vedevano fiumane di ragazzi che invadevano la Porta di Brandeburgo, salivano sul muro, lo demolivano, abbracciavano i loro coetanei dell’Ovest.
Negli anni Novanta, più grandicello, sono stato attivo nei movimenti studenteschi. Era il periodo delle occupazioni nelle facoltà e nelle scuole, del movimento della “Pantera” e dei suoi epigoni. Una bella stagione di protagonismo giovanile, in cui sono cresciuto.
Nel 1994 sono stato eletto consigliere comunale per Rifondazione Comunista: in maggioranza, a sostegno del Sindaco Floriani. Ho cominciato a seguire le cosiddette politiche sociali” (in particolare l’immigrazione), e sono stato uno dei firmatari della delibera sulle Unioni Civili: il primo atto di un Comune italiano che riconosceva le coppie di fatto, di tutti gli orientamenti sessuali.
Il ruolo di consigliere mi ha portato in contatto anche con le dinamiche più deteriori dei partiti “di governo”: l’obbedienza al “capo”, la demonizzazione del dissenso. Ma, soprattutto, il “compromesso a tutti i costi”: in consiglio bisognava votare, sempre, le delibere della maggioranza. Chi non era d’accordo era accusato di “dividere la sinistra”. E di far vincere Berlusconi. Un ricatto in cui abbiamo vissuto per anni.
Così, chiusa la mia esperienza amministrativa, decisi di non fare più “politica”: mi avvicinai al volontariato, e cominciai a frequentare Africa Insieme. Ora l’impegno aveva un sapore nuovo: non si trattava più di votare delibere in polverose aule di consiglio comunale, ma di seguire la vita di persone in carne e ossa. Accompagnare uno straniero in Questura per il permesso di soggiorno significava toccare con mano i soprusi e le prepotenze subite dagli immigrati. Significava anche contrastare quei soprusi, denunciarli, poterli raccontare da testimone. Un’esperienza mille volte più ricca della “politica”.
Intanto, nasceva il movimento “altermondialista”, con le mobilitazioni di Seattle e Genova. I movimenti si impegnavano anche nelle battaglie per i diritti dei migranti. Scoprivo così che la mia scelta personale era condivisa da un’intera generazione: e che il mio impegno con Africa Insieme non era un rifiuto della politica, ma un altro modo di fare politica.
Negli anni, la passione per il mondo dei migranti è diventata una ragione di vita. Ho iniziato a frequentare i rom, con molti dei quali ho condiviso battaglie politiche e vicende personali.
Sono entrato a far parte di una rete internazionale di attivisti per i diritti umani. Sono stato consulente di varie istituzioni, e ho lavorato, con i parlamentari di Rifondazione Comunista, alla stesura di un disegno di legge sull’immigrazione. Oggi sono operatore degli Sportelli di assistenza legale per migranti dei Comuni nella provincia di Pistoia, lavoro per la Cooperativa “Gli Altri” che gestisce quegli sportelli, e sono redattore del giornale online Corriere Immigrazione”.
Ma l’esperienza che ha segnato la mia vita negli ultimi anni è quella del Progetto Rebeldia, uno straordinario network di varie associazioni (ambientaliste, pacifiste, per i diritti sociali e civili), al quale aderisce Africa Insieme. Assieme a Rebeldia ho lavorato per contrastare la deriva “securitaria” della Giunta Filippeschi: che ha cancellato la solidarietà dall’agenda politica del Comune, sostituendola con la paura per il diverso, la diffidenza, la cultura della tolleranza zero”. Quel muro che avevo visto cadere a Berlino, tanti anni prima, tornava nella mia civilissima città: non era più un muro fisico, da abbattere con le picconate, ma una barriera simbolica, da decostruire e demistificare.
Con Ciccio Auletta, il nostro candidato Sindaco, ho condiviso mille battaglie. Ho anche lavorato con lui in una brevissima esperienza a “Pisanotizie”, che poi ho abbandonato per scegliere altre strade. In una delle tante vertenze per i rom che ho promosso in questi anni, mi capitò di confidarmi proprio con Ciccio: “è una battaglia difficile la nostra”, gli dissi, i rom fanno perdere voti, e per i partiti è difficile sostenerci”. Lui mi guardò con un’aria di rimprovero e mi rispose che “la politica non si fa sulla pelle delle persone”. E’ anche per questa frase che oggi Ciccio è il mio candidato Sindaco.