Ci stringiamo a fianco della famiglia di Abderrahim Fakir, dei suoi colleghi di lavoro e di tutti gli abitanti del quartiere Pilastro di Bologna.
Profonda è l’indignazione di fronte all’ennesimo intervento delle forze dell’ordine che si è trasformato in tragedia. Le indagini chiariranno i dettagli, ma le immagini del video diffuso — la morte in diretta, sopraggiunta dopo molteplici e strazianti richieste di aiuto, di un essere umano bloccato e oppresso dai corpi di uomini in divisa, agenti della Polizia di Stato, sotto gli occhi immobili di operatori sanitari, con la collaborazione di un “solerte” cittadino — ci parlano di un mondo storto, ingiusto e violento, di fronte al quale non possiamo non reagire. Sarà necessario raccogliere tutte le informazioni relative a quello che si preannuncia essere l’ennesimo omicidio di stato: e sappiamo che troppe volte gli omicidi di stato sono stati coperti da omertà, silenzi e omissioni.
Ancora una volta ci troviamo davanti ad una espressione di disagio sociale, a una richiesta di aiuto, che viene trasformata in una questione di ordine pubblico, e in cui i tutori dell’ordine si trasformano in carnefici. E’ un copione che vediamo tutti giorni, in azioni che mostrano in modo più o meno evidente tutto il loro carico di violenza: dagli sfratti dove la polizia butta giù i muri davanti a bambine e bambini in lacrime, ai morti per tortura nelle carceri.
Questo di Bologna è l’ennesimo episodio a cui mai avremmo voluto assistere ed avviene nei giorni in cui a Genova si ricorda la morte di Carlo Giuliani, ucciso dal colpo di pistola di un carabiniere. E mentre, nonostante gli esiti ormai acclarati sulle responsabilità dello Stato, l’approccio e l’addestramento degli agenti non cambiano, le forze dell’ordine agiscono in un modo che ricorda la terribile dinamica dell’omicidio di George Floyd, bloccato e pressato sul petto fino all’ultimo respiro.
Non sappiamo se abbia influito di più il colore della pelle o l’appartenenza a un quartiere popolare e marginalizzato: fatto sta che la risposta violenta dello Stato ha avuto, ancora una volta, esiti mortali.
Siamo di fronte a una pericolosa mutazione del ruolo delle forze di polizia. Un modello che scivola progressivamente e velocemente verso logiche repressive simili a quelle dell’ICE statunitense, dove la gestione della sicurezza sociale si trasforma in militarizzazione del territorio e “caccia allo straniero” o a chi è ai margini. Una brutalità che non colpisce solo nelle strade, ma che si manifesta drammaticamente anche dentro le carceri, tra pestaggi, maltrattamenti e torture a danno dei detenuti, nell’assoluto disprezzo della dignità umana e della Costituzione.
Si sta tornando indietro di decenni. Si rimette in discussione il faticoso e difficile processo di democratizzazione delle forze dell’ordine, avviato negli anni Settanta grazie anche alla sindacalizzazione degli operatori e degli agenti, e si torna a un modello militare, all’idea di una polizia che protegge i ricchi e i benestanti e reprime il dissenso politico e il disagio sociale.
Specularmente, mentre si legittima il pugno di ferro delle istituzioni, assistiamo al tentativo sistematico di sdoganare la giustizia sommaria. Lo stravolgimento del concetto di legittima difesa sta spalancando le porte a un vero e proprio “Far West”, dove la vita umana perde valore e la vendetta privata si sostituisce allo Stato di diritto.
I tribunali faranno il loro percorso ma noi dobbiamo fare il nostro perché quello che abbiamo visto, quello che è successo oggi non accada più.
Se, nel frattempo, il Governo continua ad approvare provvedimenti che ampliano i poteri repressivi delle forze dell’ordine, restringono gli spazi di dissenso e affrontano povertà, migrazione e marginalità come problemi di pubblica sicurezza, noi dobbiamo rimettere al centro i diritti, e per primo il diritto di protesta.
Davanti a uno stato che dota le forze dell’ordine di norme e tutele come lo “scudo penale”, che rischiano di rendere più difficile accertare eventuali responsabilità, alimentando un senso di impunità, noi dobbiamo scendere in piazza per ricordare ogni giorno tutte le vittime di questa violenza.
Quanti altri morti dobbiamo vedere nelle nostre strade e nelle nostre carceri prima che si inverta questa deriva autoritaria?
Per Abderrahim, Ramy, per Ugo, per Davide, per Federico, e per tutte le vite spezzate dalla violenza di Stato: non dimentichiamo, pretendiamo verità e giustizia.
Torniamo a respirare!
Segnaliamo e invitiamo a partecipare al presidio promosso da Anomalia Collettiva
“Giustizia per Abderrahim Fakir, sappiamo chi è Stato! Ore 19:00 piazza della Stazione, Pisa”
