La relazione dell’Asl dopo il sopralluogo al Carcere Don Bosco del 19 Agosto, effettuato a seguito delle dichiarazione al termine delle visite e del nostro esposto depositato in data 27 luglio, non lascia spazio a interpretazioni ulteriori o attenuanti.
La situazione all’interno delle mura carcerarie non è al limite: il limite è stato ampiamente superato. “Come evidenziano i numeri forniti dalla direzione del carcere relativamente alla popolazione carceraria presente” – si legge nella relazione dell’Asl – “si rileva una evidente eccedenza rispetto alla capienza dichiarata. Questo sovraffollamento si traduce necessariamente in un peggioramento delle condizioni di vita delle persone detenute incidendo negativamente sulla fruibilità degli spazi e sulla qualità delle condizioni igienico-sanitarie.”
La valutazione effettuata dall’ASL certifica, inoltre, l’assenza, in molte celle, dei 3 metri quadrati calpestabili per persona, considerati lo spazio minimo indispensabile, oltre al mancato rispetto delle necessarie condizioni di privacy, determinato dalla mancanza di un’adeguata separazione tra i servizi igienici e il restante, già esiguo, spazio della cella.
La relazione rileva infiltrazioni e muffe nelle docce, scarsa pulizia negli ambienti di passaggio e negli spazi comuni, restituendo un quadro che non può essere liquidato come una semplice carenza manutentiva. Particolarmente grave è quanto viene rilevato nella cucina, il luogo in cui viene preparato il cibo destinato a tutte le persone private della libertà ristrette al Don Bosco. Una cucina nella quale, secondo quanto riferito anche da alcuni detenuti, sono stati anche avvistati roditori e che, secondo l’ASL, «necessita di interventi radicali e urgenti di ristrutturazione e sanificazione», poiché «versa in pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie». Se nei mesi scorsi non fossero bastate le numerose testimonianze raccolte, le segnalazioni e i report prodotti dalle associazioni, oggi è un’autorità sanitaria pubblica a mettere nero su bianco la gravità delle condizioni in cui versa il carcere Don Bosco.
Non siamo dunque di fronte soltanto a una situazione nella quale vengono rilevate condizioni ambientali e igienico-sanitarie potenzialmente in grado di mettere a rischio, anche nell’immediato, la salute delle persone private della libertà, ma anche a condizioni di detenzione difficili e degradanti. Tra le persone qui trattenute vi sono, come riferito dalla stessa amministrazione penitenziaria, anche persone con dipendenze e problematiche psichiatriche, quindi persone che presentano condizioni di particolare vulnerabilità e che avrebbero bisogno, ancora più di altre, di ambienti adeguati, sicuri e dignitosi.
Di fronte a un quadro di questa gravità, l’ASL non si limita a rilevare le criticità, ma prescrive che «vengano risolte quanto prima le criticità igienico-sanitarie riportate» e che «si dia corso agli interventi manutentivi e strutturali atti al miglioramento degli ambienti e della qualità di vita della popolazione detenuta».
Le condizioni di detenzione non possono prescindere dal rispetto di quei requisiti minimi che rendono un ambiente compatibile con la dignità umana. Diritti che non possono fermarsi davanti ai cancelli di un carcere e che devono continuare a essere garantiti anche a chi è privato della libertà personale.
Adesso è il momento delle responsabilità: che il Ministero della Giustizia tramite il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP) provveda alla necessaria manutenzione e riqualificazione degli spazi e garantisca il non sovraffollamento dell’istituto, di modo che gli interventi possano davvero risultare efficaci, e che la Regione Toscana, responsabile della salute delle persone che vi sono trattenute, ma anche di chi vi lavora, non solo si faccia carico della questione presso il Ministero per quanto di sua competenza, ma che provveda fin da subito a quegli interventi necessari, non più differibili, e che avrebbero una immediata ricaduta sulla salute della popolazione.
Il Comune, infine, potrebbe fare la sua parte, ma evidentemente la popolazione detenuta è l’ultimo dei pensieri della giunta: dopo aver dichiarato esplicitamente che la tanto richiesta “pensilina” per i familiari non verrà realizzata, continua a rimandare la costituzione di un tavolo cittadino sul carcere, che potrebbe invece rappresentare lo spazio ideale per mettere in sinergia istituzioni, terzo settore e società civile e promuovere quelle misure necessarie a rendere la pena finalmente conforme ai principi costituzionali.
Diritti in comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista

