Barca: “Basta decisioni dei tecnocrati, ora la parola torna ai cittadini”

martedì
15 maggio 2018
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Pagina:
14

L’ex ministro per la coesione territoriale: finalmente i residenti sono diventati i registi delle operazioni

L’INTERVISTA

TORINO

Fabrizio Barca, è stato l’ideatore della «Strategia Nazionale Aree Interne». Ora è consi
gliere pro bono del Forum delle diseguaglianze. Si sta dedicando allo studio della faglia tra ambito rurale e urbano. Professor Barca, il progetto nato nel 2013 per volere del governo Monti sta raccogliendo i primi frutti concreti. Può esser vista come un modello dall’Europa? «L’impianto costruito nel 2013 non ha bisogno di essere modificato, si può fare se si dispone di persone capaci, non serve aggiungere alcuna regola. L’esempio italiano, con quattro governi che uno dopo l’altro hanno confermato un intervento su scala nazionale, permette di uscire dalla logica dei “mille fiori”: tante belle esperienze, tutte da favorire. Il salto qualitativo sta nello scoprire se fra quei mille ce ne sono 250 simili che raccontano la nascita di una nuova specie per cui si dovrebbe innescare un’operazione sistemica. Esiste una politica di coesione quando è possibile una comparazione tra i fiori, che permette anche un aggiustamento continuo, e garantisce a coloro che sono coinvolti il senso di appartenenza a un’operazione nazionale, riconoscibile».

E vero che stanno arrivando i primi fondi?
«Sì, circa 3,8 milioni per ognuna delle 23 zone individuate. Per raggiungere l’obiettivo, che può essere una nuova casa della salute o una scuola in grado di assorbire gli studenti dispersi, ci vogliono i soldi. Ma deve essere chiaro che questi rappresentano uno strumento, non un fine: bisogna costruire senza correre, uscendo dalla logica dei progetti “cantierabili”. Cominciamo a pensare in termini di strategia “a vent’anni”, chiediamo di definire che cosa vuole essere questo territorio, per poi tradurre queste idee in risultati attesi e misurabili».

Quali sono i risultati di cui per ora va più orgoglioso? «Il fatto che alcune idee siano state capaci di influenzare le scelte ordinarie. Questo è ciò che mi ha colpito in molti territori: avvertire un cambiamento nei comportamenti degli amministratori prima di spendere un solo euro».

In che misura siete riusciti a coinvolgere la popolazione nel progetto?
«Il cuore dell’operazione sta proprio nell’avere mirato a trasformare gli abitanti di questi territori in registi della medesima. Solo loro possono raccontarci le esperienze vissute sulla propria pelle come quella di un parente che ha rischiato la vita per un piccolo infarto, è il metodo “top down”, i funzionari e i tecnocrati non devono più decidere a tavolino, ma legando le politiche regionali e nazionali a questi segnali applicando a essi le nuove tecnologie e il loro sapere. È un cambio di cultura, difficile ma possibile».

Lei stesso ha ammesso che si tratta di un progetto lento e che la gente si sta dimostrando molto paziente e fiduciosa.
«Confermo. Ma ora ci giochiamo tutto. Se il Ministero romano si muove a 100 chilometri all’ora per farlo, il tempo trascorso apparirà utile. Ma guai se ciò non avvenisse».

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