Cancellare la previsione di realizzare l’impianto di ossicombustione a Peccioli, inserita negli scorsi anni dalla Regione Toscana. È questa la posizione che da anni portiamo avanti con coerenza a livello territoriale rispetto a una vicenda che sta arrivando allo snodo finale, con l’ultimo voto in Giunta regionale previsto nel corso della prossima settimana dopo lo slittamento di lunedì 31 agosto.
Le pressioni continue e sguaiate dell’esponente del PD Renzo Macelloni, nonché sindaco di Peccioli, per chiudere la partita sono l’emblema del modello di governo del centrosinistra in questi anni sul tema dei rifiuti.
Un modello a causa del quale, ad esempio, il territorio della Valdera e la provincia di Pisa in generale scontano da decenni una pressione ambientale insostenibile, concentrando diverse attività industriali in luoghi densamente popolati e una quota sproporzionata – oltre il 50% – degli impianti di trattamento e smaltimento dell’intera Toscana, trasformando di fatto l’area in una diffusa “pattumiera industriale”, con notevoli rischi per la salute dei cittadini e pesanti conseguenze per l’ambiente.
Ma non è solo Macelloni a spingere a ogni costo su un progetto che presenta numerose criticità, come hanno evidenziato le tante voci contrarie che da tempo hanno avanzato puntualmente rilievi anche sui profili economici e societari di un investimento da circa 125 milioni di euro.
Il consigliere regionale del PD Antonio Mazzeo è intervenuto a sua volta a gamba tesa a sostegno dell’impianto, sostenendo che «indietro non si può tornare» perché «sono in gioco la competitività e la dotazione impiantistica della Toscana». E lo stesso presidente Eugenio Giani, in questi mesi, ha più volte ribadito pubblicamente il proprio sostegno alla realizzazione dell’impianto, arrivando a prendere le distanze dalle perplessità manifestate dal suo stesso assessore all’Ambiente.
È proprio questa idea che contestiamo: che su Peccioli “indietro non si possa tornare”, che la decisione sia già presa e che alla politica resti soltanto il compito di ratificarla.
Perché elementi di cautela emergono anche dalla stessa istruttoria tecnica. Nel verbale della Conferenza dei servizi del 4 giugno 2026 ARPAT si concentra a lungo sulle cosiddette “perle vetrose”, uno dei materiali in uscita dal processo che dovrebbe cessare di essere qualificato come rifiuto per essere recuperato come materia. Le definisce «un materiale nuovo, frutto di un processo tecnologico innovativo che al momento non ha paragoni in materiali esistenti», sottolineando inoltre come i dati disponibili derivino dalle prove effettuate nell’impianto sperimentale pugliese, rimasto in produzione per un periodo limitato.
Non solo. ARPAT rileva nelle perle vetrose concentrazioni elevate di alcuni elementi, «in particolare alcuni metalli pesanti», tanto da considerare particolarmente critico il loro utilizzo in forma sciolta sul terreno o nel terreno. Alcuni impieghi vengono ritenuti sufficientemente indagati, mentre per altri saranno necessarie ulteriori verifiche anche dopo l’entrata in esercizio dell’impianto.
Questi elementi, contenuti negli atti dello stesso procedimento autorizzativo, rafforzano una domanda politica che poniamo da tempo: perché procedere a ogni costo con un investimento da 125 milioni di euro, destinato a condizionare per decenni il ciclo dei rifiuti della Toscana, quando siamo davanti a una tecnologia “fortemente innovativa” e quando alcuni aspetti del recupero dei materiali prodotti dovranno essere ulteriormente verificati persino dopo la messa in esercizio dell’impianto?
Ed è infatti proprio il Piano regionale dei rifiuti approvato dalla Regione Toscana che noi mettiamo in discussione: un modello che continua a puntare su nuovi grandi impianti e sulla combustione dei rifiuti, anche quando viene presentata sotto la veste del recupero energetico e di materia, anziché assumere come priorità la prevenzione e la riduzione della produzione dei rifiuti.
Da parte nostra ci siamo sempre opposti con coerenza all’ossicombustore di Peccioli. Per risolvere alla radice il problema della sovrapproduzione dei rifiuti e del loro impatto sul territorio è necessario intervenire a tutti i livelli, da quello comunale a quello regionale e nazionale, con politiche volte alla riduzione della produzione dei rifiuti alla fonte, secondo la strategia Rifiuti Zero, nel rispetto del principio europeo “chi inquina paga” e della responsabilità estesa del produttore (EPR).
Ci auguriamo che lo slittamento della decisione da parte della Giunta Giani non serva a confezionare un’operazione tutta politicista per confermare poi la scelta, magari edulcorandola attraverso qualche modifica o prescrizione per tenere insieme le diverse forze del campo largo.
Il rinvio deve servire, al contrario, a riaprire una discussione che qualcuno vorrebbe considerare già chiusa. L’ossicombustore di Peccioli non è inevitabile e indietro si può tornare.
Chiediamo quindi alla Giunta regionale di stralciare definitivamente il progetto dell’ossicombustore di Peccioli e di fare di questa scelta il primo passo verso una revisione integrale del Piano regionale dei rifiuti, mettendo finalmente al centro riduzione, riuso, riciclo, tutela della salute e giustizia ambientale tra i territori.
Diritti in Comune (Una città in comune – Rifondazione Comunista)
