Carcere: il sovraffollamento è una responsabilità politica, ogni istituzione si assuma le proprie responsabilità

La rivolta nata all’interno del carcere Don Bosco è il frutto purtroppo inevitabile di scelte politiche che da anni ritengono le politiche di investimento sulle carceri del tutto secondarie.

Se, infatti, la pena non può mai essere contraria al senso di umanità, ci dobbiamo chiedere che cosa stiamo facendo per alleviare la sofferenza delle persone private della libertà personale.
Perché scontare la pena in una struttura come quella del carcere Don bosco non può che essere una sofferenza ed anche – e sopratutto – perché a patire quella sofferenza sono delle persone.
Questa riflessione che dovrebbe essere scontata appare tutt’altro che chiara e cogente per le autorità che potrebbero adoperarsi per una prospettiva di cambiamento e, tra queste, anche l’amministrazione comunale.

Lo abbiamo denunciato da tempo, lo abbiamo ripetuto proponendo un esposto alla asl e abbiamo raccontato i drammatici esiti della relazione dell’azienda sanitaria.
Le parole delle associazioni, dei volontari e delle volontarie, del cappellano, sono state tutte ascoltate più volte anche nel corso delle commissioni consiliari e da quei racconti, da tempo, abbiamo provato ad avanzare una proposta operativa per la realizzazione di un tavolo permanente che possa essere luogo per pensare e costruire politiche che incidano davvero sulle difficoltà di vita della popolazione detenuta dentro e fuori le mura.

La necessità di rimettere al centro le persone private della libertà personale e la dignità delle loro vite è cruciale, come hanno avuto modo di sottolineare anche la Direttrice del carcere e la Garante per i diritti delle persone private della libertà personale quando sono state sentite in commissione. In carcere ci sono molte persone nei cui confronti lo stato sociale e i servizi hanno fallito. La responsabilità del sovraffollamento è collettiva: alle dichiarazioni di vicinanza deve sostituirsi l’assunzione pubblica di impegni concreti e verificabili.

Ancora una volta quindi insistiamo nel chiedere che esista un luogo permanente dove i soggetti che interagiscono con il carcere si confrontino con l’amministrazione comunale per attuare proposte politiche che, partendo da alcuni temi chiari e su cui l’ente ha competenza, possono incidere sul reinserimento lavorativo, sulla casa e sulla salute. Vista l’urgenza e la situazione di emergenza, chiediamo con forza che la Regione partecipi al tavolo con le proprie competenze: il tema non è solo agire per garantire dignità alle persone recluse, ma costruire le condizioni perchè in carcere ci si entri sempre meno o ne si esca con progetti di sostegno e di vera inclusione sociale, unica via efficace per abbattere la recidiva.

Insomma, occorre cooperazione e interventi urgenti, non slogan repressivi e marginalizzanti né nascondersi dietro allo spacchettamento di competenze per giustificare un immobilismo inaccettabile che ingenera sofferenza nella popolazione detenuta e a rischi per chi, volontario o meno, dentro al carcere opera o lavora.

Diritti in Comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista Pisa

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