Vogliamo denunciare con chiarezza ciò che sta emergendo sul progetto di potenziamento della Caserma Vitali di Pisa, inserito nel programma militare delle cosiddette “Caserme verdi”. Non parliamo di indiscrezioni, ma di dati ufficiali analizzati dalla stessa Corte dei conti, cioè dall’organo dello Stato che vigila sull’uso delle risorse pubbliche.
La Corte dei conti rileva che le stime iniziali dei costi di questo programma si sono dimostrate inadeguate. Il valore complessivo degli interventi considerati passa da circa 1,4 miliardi stimati inizialmente a oltre 6 miliardi di euro come fabbisogno aggiornato per l’intero programma. Nel caso specifico della Caserma Vitali, la documentazione riporta una stima parametrica iniziale di 42 milioni di euro e un importo di progetto di circa 180 milioni. Uno scarto enorme che mostra quanto le previsioni iniziali fossero lontane dai costi reali e che conferma le criticità di programmazione evidenziate dalla Corte dei conti.
Per noi questo non è un dettaglio contabile. Sono soldi pubblici che invece di essere destinati a sanità, scuola, casa, trasporti e difesa ambientale vengono assorbiti dall’apparato militare. In un territorio come quello pisano e della costa toscana, già segnato da una presenza militare pervasiva, questi investimenti rafforzano un modello di sviluppo subordinato alle logiche belliche e agli interessi strategici militari, non ai bisogni sociali.
Il linguaggio della “riqualificazione verde” non cambia la sostanza: si tratta di infrastrutture militari che consolidano la militarizzazione del territorio. La vera sicurezza per le classi popolari non nasce da nuove caserme, ma da diritti sociali garantiti, lavoro stabile, welfare, istruzione e tutela del territorio.
Nelle passate legislature l’intervento all’interno del ComFose era stato sospeso, mentre oggi con il governo Meloni si riprende l’affidamento lavori in una zona che ricordiamo rimane sempre dentro i confini del Parco Naturale di San Rossore, ma che assume sempre più un valore strategico collocandosi tra Camp Darby e le altre infrastrutture militari presenti nell’area.
Denunciamo quindi una scelta politica precisa: mentre si chiedono sacrifici alla popolazione, si trovano sempre fondi per la spesa militare. Chiediamo trasparenza totale sui costi reali, sulle finalità di questi interventi e sul loro impatto sui territori, ma soprattutto rivendichiamo un cambio di priorità radicale. Le risorse devono andare alla pace, alla giustizia sociale e ai servizi pubblici, non alla normalizzazione della guerra e della militarizzazione.
Continueremo a opporci alla trasformazione dei nostri territori in ingranaggi della macchina militare e a costruire mobilitazione sociale per un modello di società fondato sui bisogni delle persone, sulla solidarietà e sulla pace.
Diritti in Comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista
