Anche quest’anno la Giunta Conti propone alla città un denso programma per il Giorno del Ricordo sul tema delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata: spettacoli teatrali, commemorazioni pubbliche, viaggi con le scuole. Non manca ormai la scelta tra le proposte culturali da portare in città (quest’anno tocca a Laura Mantovi, autrice in passato di spettacoli dedicati ad Anna Frank e alla Resistenza delle donne), né mancano i luoghi pubblici intitolati (il cippo al Cimitero e quello a Marina di Pisa, la rotonda “Martiri delle Foibe” voluta da Fontanelli e quella a “Norma Cossetto” inaugurata da Conti). Insomma, sono passati quasi trent’anni dal famoso incontro organizzato da Luciano Violante e Gianfranco Fini a Trieste, nel 1998, e più di venti dalla legge che ha decretato il Giorno del Ricordo, nel 2004: il programma politico di costruzione dall’alto di un immaginario nazionale fondato sul dramma delle foibe e sul successivo esodo dalla Jugoslavia si può dire pienamente riuscito.
Si tratta ora di capire quale prezzo – culturale – è stato pagato. Ce lo spiega chiaramente la mostra inaugurata ieri nell’atrio di Palazzo Gambacorti, composta da una quindicina di pannelli inviati dall’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio. Per fortuna non siamo ai livelli osceni della pornografia del dolore esibita nel foyer del Teatro Verdi un paio di anni fa, con il fumetto su Norma Cossetto. Con questa mostra viene proposta una contestualizzazione storica degli eventi ricordati il 10 febbraio. Al di là degli anacronismi (parlare di «italianità che non muore» per Venezia tra Medioevo e età moderna è un’ovvia sciocchezza), delle forzature («la caccia all’italiano» che si sarebbe scatenata in Dalmazia dopo la fine della Seconda guerra mondiale) e delle esagerazioni (12.000 italiani scomparsi «tra deportati e infoibati» è sicuramente una cifra spropositata), colpisce un’assenza.
Nel pannello dedicato alla Seconda guerra mondiale non viene scritto niente dell’occupazione italiana nei Balcani: si scrive che la Jugoslavia venne attaccata nel 1941 e che «dopo alterne vicende» si arrivò all’armistizio dell’8 settembre 1943. Nel mezzo non ci fu altro. Questa data – e solo questa – risulta marcare l’inizio delle violenze. Dopo l’8 settembre «in Venezia Giulia la situazione si fece drammatica: le forze armate tedesche contrastavano, insieme ai combattenti della RSI, i partigiani jugoslavi che avevano dato inizio in quei giorni ai primi infoibamenti di italiani». Le foibe si aprono così, frutto impazzito della violenza innata dei partigiani titini. Scompaiono i motivi stessi della nascita della Resistenza jugoslava: l’occupazione tedesca e italiana, la repressione fascista e l’italianizzazione forzata, la circolare Roatta che incitava i militari dell’esercito sabaudo all’utilizzo sfrenato della violenza sui civili, i campi di concentramento italiani. Viene cancellato ogni massacro, ogni uccisione perpetrata dai fascisti, viene cancellata l’occupazione nazista, l’annessione dell’area dell’Alto Adriatico al Terzo Reich, le deportazioni degli jugoslavi, l’installazione di un forno crematorio nella Risiera di San Sabba…
Lontana dallo spirito aperto e cosmopolita del Manifesto culturale fiumano, a cui pure l’associazione che ha mandato i pannelli dice di ispirarsi per statuto, la mostra a Palazzo Gambacorti esprime il significato più retrivo e violento del Giorno del Ricordo: un inno al nazionalismo sulla base del pregiudizio antislavo e dell’odio anticomunista, la cancellazione di ogni responsabilità fascista nella Seconda guerra mondiale, del carattere imperialista e violento dell’attività dell’esercito italiano, e la riproposizione del mito dell’italiano brava gente che serve solo ad assolvere il fascismo. Ci chiediamo infine cosa racconta l’assessore Riccardo Buscemi nel corso del pellegrinaggio che promuove dal 2007, quando si ferma nel piazzale della Risiera di San Sabba. Riesce a dire – nel luogo dove vennero deportati e uccisi migliaia di ebrei – che i nazisti difesero eroicamente i poveri italiani vittime della furia cieca degli slavi rossi? La storia è un’altra cosa e sarebbe l’ora che la destra riuscisse a raccontarla senza farne sparire interi pezzi.
Diritti in comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista
