Il lavoro sotto la pelle. Un Primo Maggio di lotta per la vita.

Anche in questo Primo Maggio, la retorica celebrativa stride con una realtà sempre più segnata da precarietà, sfruttamento e insicurezza. Il lavoro non è più soltanto un diritto negato o impoverito: è diventato, sempre più spesso, un dispositivo che incide sui corpi e nei territori, intrecciandosi in modo profondo con la crisi ecologica e con vecchie e nuove traiettorie della produzione industriale.

Sui nostri territori, come in larga parte del paese, fino a tutta l’area europea, assistiamo a un processo di riconversione industriale che, invece di orientarsi verso la giustizia climatica e sociale, imbocca con decisione la strada della reindustrializzazione a fini militari. Risorse pubbliche, competenze e infrastrutture vengono sempre più destinate alla produzione bellica, alimentando un’economia di guerra che sottrae energie alla cura, alla transizione ecologica e alla costruzione di un futuro sostenibile.

Questo modello non solo non crea lavoro stabile e dignitoso, ma riproduce e intensifica le disuguaglianze, scaricando i costi ambientali e sociali sulle comunità locali. Le lavoratrici e i lavoratori si trovano così stretti tra il ricatto occupazionale e la necessità di difendere la propria salute e quella dei territori in cui vivono.

Noi crediamo che il lavoro debba tornare a essere uno strumento di emancipazione, non di distruzione. Per questo rivendichiamo con forza un cambio di rotta: investimenti pubblici orientati alla riconversione ecologica, alla messa in sicurezza dei territori, alla cura dei beni comuni e alla costruzione di filiere produttive sostenibili e socialmente giuste.

Il nesso tra lavoro e ambiente non può essere sciolto né subordinato alle logiche del profitto e della guerra. Difendere il lavoro significa oggi difendere la vita, dentro e fuori i luoghi di produzione.
In questo Primo Maggio, rilanciamo una prospettiva di lotta che tenga insieme diritti del lavoro, giustizia ambientale e pace. Perché non c’è futuro senza un lavoro dignitoso e non c’è lavoro dignitoso su un pianeta devastato.

Una città in comune

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