LA VENDETTA DELLA CLASSE OPERAIA

martedì
26 giugno 2018
Testata:
TIRRENO PISA
Pagina:
II

LA MORTE DELLA SUBCULTURA ROSSA

di LUCA DADDI

Immaginate un operaio (esistono ancora, benché si dica il contrario) il quale faccia fatica a pagare il mutuo e il cui figlio, laureato con non pochi sacrifici dei genitori, non riesca a trovare lavoro. Immaginate che l’operaio ogni sera (o quasi) ascolti in tv il parlamentare di turno del Pd (magari un imprenditore) che spiega, fedelissimo al politicamente corretto, perché è giusto accogliere migliaia di persone che arrivano dall’Africa. Immaginate – un ultimo sforzo – che quell’operaio, cresciuto nella filiera di sinistra Pci-Pds-Ds-Pd, viva in un quartiere popolare di una città come Pisa dove in alcune strade la sera è meglio non andare, perché si rischia d’essere derubati, e dove in alcune piazze si spaccia droga giorno e notte. Chiedo: se foste quell’uomo, domenica scorsa a Pisa avreste votato Partito Democratico o Lega?

Credo che uno come il nostro operaio non abbia avuto dubbi. Il suo voto a destra, che sa di vendetta rispetto alle non risposte di una pur nobile tradizione politica in cui lui è nato e cresciuto, sancisce la morte della “subcultura rossa”. Una sorpresa? No. Era tutto prevedibile, almeno per chi sa leggere nelle pieghe della società o ha l’umiltà di farlo. Prevedibile e, soprattutto, già scritto.

L’anno scorso Mario Caciagli, professore emerito di scienza politica all’Università di Firenze, ha pubblicato un saggio, bello e documentato, con Carocci editore: “Addio alla provincia rossa – Origini, apogeo e declino di una cultura politica”. È il frutto di una ricerca più che trentennale focalizzata sui comuni del Comprensorio del Cuoio, a cavallo tra le province di Pisa e Firenze, ma le cui conclusioni han no un valore generale. Un saggio illuminante, quello di Caciagli, che racconta come delle due grandi subculture politiche e territoriali del sistema italiano la “bianca” scomparve poco dopo il crollo della Democrazia Cristiana negli anni Novanta, mentre la “rossa” ha avuto una lunga agonia.

Ora l’agonia è terminata. Il trionfo leghista in una città come Pisa, intellettuale e proletaria al tempo stesso, tra le capitali del Sessantotto, è il certificato di morte. Tanti i fattori che hanno concorso a una fine così ingloriosa, ma l’arroganza di un sistema di potere costruito intorno al Pd, alimentato da clientelismo e rendite di posizione, e il progressivo allontanarsi del partito dai bisogni dei ceti meno abbienti (un tempo si sarebbe detto “la classe operaia”) hanno dato il colpo finale.

Di solito la sinistra si vanta (dopo la sconfitta di domenica, però, è consigliabile molta più umiltà) di parlare al cervello degli elettori e accusa la destra di parlare alla pancia. Un ritornello stantio.
«I bisogni della gente sono nella pancia», ammise un dirigente pisano di Liberi e Uguali il giorno prima delle elezioni politiche del 4 marzo. Parole sante che indicavano la necessità, per il centrosinistra, di ripartire appunto dal basso, dai bisogni veri di una classe operaia vittima della globalizzazione e da quelli di un ceto medio impoverito e sempre più rancoroso.

Ai tempi delle lotte mezzadrili e operaie, i diritti sociali erano la priorità della sinistra. Poi sono stati scalzati dai diritti civili. Che sono sacrosanti sia chiaro -, però vai a spiegarlo a quell’operaio che sognava una vita diversa per il figlio e ora lo vede in casa a 30 anni, con laurea ma disoccupato.

Se domenica quella tuta blu, che una volta era iscritta al Pci e forse in tempi più recenti ha anche creduto alla rottamazione renziana, ha votato a destra, l’ha fatto perché s’è sentita abbandonata da coloro nei quali aveva riposto fiducia. E non c’è peggior vendetta di chi è stato tradito.

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