Preso atto che la Presidente del Consiglio dei Ministri ha affermato pubblicamente che “I soliti vigliacchi abituati ad essere coccolati da una certa sinistra e all’impunità per i reati che commettono”, sono “finti rivoluzionari”, “agiscono come nemici dello Stato”, ma “oggi, grazie alle nostre leggi, è possibile dire basta” a quell’impunità.
Ricordata la lettera inviata il 17 dicembre 2025 dai sindacati di Polizia Sap, Coisp-Mosap, Fsp Polizia, Silp-Cgil, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in cui, commentando la manovra finanziaria, si legge che “la Legge di Bilancio, attualmente in discussione in Senato, certifica una verità che denunciamo da tempo: per il governo la sicurezza è uno slogan adatto ai discorsi pubblici ma non è una priorità quando si tratta di mettere in campo risorse concrete. A fronte di proclami e attestazioni di stima, il testo della Manovra continua a lasciare la Polizia e l’intero Comparto Sicurezza e Difesa senza tutele adeguate e senza risposte concrete”.
Visto lo schema di decreto-legge recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’Interno, nonché di immigrazione e di protezione internazionale” approvato dal Consiglio dei Ministri in data 5 febbraio 2026.
Visto lo schema di disegno di legge recante “Disposizioni in materia di sicurezza per la prevenzione del disagio giovanile, nonché di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle forze di polizia e del Ministero dell’Interno approvato dal Consiglio dei Ministri in data 5 febbraio 2026.
Ritenuto che questi due atti, al fine di potenziare l’approccio repressivo e securitario messo in campo con il decreto-legge 11 aprile 2025, n.48, convertito il legge 9 giugno 2025, n.80 recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”, puntino a trasformare il diritto penale e amministrativo in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, attaccando specifiche categorie sociali (persone migranti, minorenni, attivisti, autori di reati comuni) senza alcuna differenza, ma alimentando una retorica liberticida e pericolosa, senza nei fatti affrontare le problematiche strutturali costantemente segnalate dai sindacati di polizia.
Considerato che, come sintetizza Antigone, “nel disegno di legge emerge un marcato inasprimento delle pene, con un evidente stravolgimento del principio di proporzionalità. Per alcuni reati contro il patrimonio, come il furto in abitazione, si arriva a prevedere pene fino a dieci anni di reclusione, equiparabili a quelle previste per delitti di ben altra gravità. Una scelta che segna un arretramento culturale e giuridico profondo. Sempre nel DDL trovano spazio disposizioni rivolte alle persone migranti, tra cui l’ipotesi di blocco navale temporaneo deciso dall’Esecutivo, senza un adeguato controllo giurisdizionale. Una misura che solleva gravi profili di illegittimità costituzionale e di contrasto con il diritto internazionale del mare. Il decreto legge interviene su più fronti, colpendo in particolare le persone straniere private della libertà nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR). Viene prevista una delega al Governo per la regolamentazione della vita nei centri, ma resta il rischio concreto che si consolidino regimi di trattenimento deteriori rispetto a quelli carcerari, in aperta violazione dei principi affermati dalla Corte costituzionale. Particolarmente preoccupante è l’impostazione riservata ai minorenni, trattati esclusivamente come un problema di ordine pubblico. Le norme sulla cosiddetta prevenzione della violenza giovanile si fondano quasi unicamente su strumenti di polizia, estendibili fino a ragazzi di dodici anni, cancellando qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo. Un capitolo centrale del pacchetto riguarda la limitazione della libertà di protesta. Sono previste perquisizioni straordinarie e fermi di polizia fino a dodici ore, senza controllo dell’autorità giudiziaria, solo per il fatto di essere una persona sospettata di costituire pericolo. Misure che superano per gravità anche le normative emergenziali adottate negli anni Settanta e che colpiscono direttamente il diritto costituzionale di manifestare. Infine, le nuove norme contribuiscono a delineare una figura di agente di polizia sostanzialmente sottratto al controllo della magistratura. In particolare, si prevede una limitazione dell’azione del pubblico ministero nei casi di uso delle armi in servizio o di presunta legittima difesa. Una scelta che mette in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale e altera l’equilibrio tra poteri dello Stato.”
Tenuto conto delle dichiarazioni di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che afferma che “Questo pacchetto sicurezza non aumenta la sicurezza dei cittadini – dichiara Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – ma riduce le garanzie, indebolisce i controlli e colpisce diritti fondamentali. È una visione della sicurezza fondata sulla repressione, non sulla legalità costituzionale. Lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo con forza, la sicurezza non si crea rispondendo con il diritto penale a fenomeni sociali complessi, occorre invece che la politica affronti la complessità dei fenomeni offrendo risposte alle domande che emergono. Negli ultimi 18 anni abbiamo visto approvati almeno sei pacchetti sicurezza eppure sembra che questa continui ad essere un problema. Evidentemente c’è qualcosa che, in questo approccio, non funziona”.
Visto in particolare il potenziamento ivi contenuto delle zone rosse.
Ritenuto che queste misure rispondano in maniera propagandistica a casi mediatici recenti, con l’effetto di potenziarne la risonanza e usarne l’impatto mediatico per mettere in atto nuove e più pesanti limitazioni delle libertà democratiche.
Considerato che gli atti di cui sopra si inseriscono in una sequenza di leggi e provvedimenti che negli ultimi vent’anni, mettendo nel titolo la parola “sicurezza”, hanno invece ristretto gli spazi di dissenso e aumentato l’emarginazione di vari gruppi sociali.
Ritenuto che l’uso del cosiddetto diritto penale preventivo, costantemente aumentato negli anni, non ha portato ad alcun miglioramento della vita nei contesti urbani, ma è funzionale alla criminalizzazione del dissenso e dei gruppi sociali marginali, questa sì fattore d’incremento dell’insicurezza – reale e percepita – nelle città.
Considerato in particolare l’inasprirsi del contrasto da parte delle forze di pubblica sicurezza e delle istituzioni alle azioni di movimenti sociali, attivisti e realtà politiche, attraverso l’uso e l’abuso di provvedimenti amministrativi quali DASPO e fogli di via, atteggiamento questo che limita il diritto al dissenso e riduce gli spazi di democrazia, silenziando le voci dissidenti.
Tenuto conto che tale inasprimento è centrale nel decreto legge sopra citato.
Ritenuto che i reati che si andrebbero a creare con il d.d.l. in oggetto e gli inasprimenti di pena ivi contenuti siano entrambi funzionali a scelte politiche che si basano su tre principi: aumentare l’insicurezza percepita ponendo il problema della sicurezza pubblica come centrale nell’agire del Governo, anche di fronte a bisogni di altro tipo sempre crescenti, limitare gli spazi democratici di critica all’azione del Governo, e infine creare, attraverso la criminalizzazione delle persone ai margini e l’aumento delle disuguaglianze, contesti sociali sempre meno sicuri.
Considerato che nel d.d.l. in oggetto vengono proposte misure di diretto contrasto alle azioni di chi manifesta e protesta, esercitando liberamente il proprio diritto di espressione.
Ritenuto che i compiti delle forze dell’ordine prospettati dal decreto legge sopra citato siano in contrasto con lo spirito della Costituzione.
Il Consiglio Comunale
esprime fortissima preoccupazione per l’impianto repressivo e antidemocratico del decreto-legge e del disegno di legge in premessa;
ritiene che le misure proposte ledano i diritti umani, favoriscano l’emarginazione sociale e riducano gli spazi di partecipazione politica;
esprime la propria assoluta contrarietà al decreto-legge e al disegno di legge e pertanto invita il Parlamento a non adottare il disegno di legge in premessa;
impegna il Sindaco e la Giunta
ad intraprendere iniziative urgenti con gli altri Comuni, e in sede Anci, contro l’approvazione dei provvedimenti
a favorire in città gli spazi di discussione riguardo al tema in oggetto, ritenuto questo di vitale importanza per il futuro della nostra democrazia.
Impegna il Presidente del Consiglio comunale
a trasmettere questo atto al presidente del Senato e al Presidente della Repubblica, al Governo e a tutti i gruppi parlamentari.
Francesco Auletta – Diritti in comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista
