Oltre il controllo, per una democrazia dei diritti: Il ruolo dei Comuni per l’educazione sessuo-affettiva

Abbiamo partecipato a Napoli alla XII edizione dell’incontro nazionale di Educare alle Differenze. Nella tavola rotonda “Gli enti locali per il diritto all’educazione sessuo-affettiva” abbiamo portato la nostra esperienza di forza politica di opposizione che intende le istituzioni non come palazzi autoreferenziali fatti di sorde burocrazie, ma come una cassa di risonanza per dare gambe alle lotte dei movimenti, dell’associazionismo.
Riguardo al diritto all’educazione sessuo-affettiva, la nostra convinzione di fondo è radicale: i Comuni non solo possono fare qualcosa, ma devono farlo. L’educazione sessuo-affettiva non è un’aggiunta opzionale al percorso scolastico, un lusso pedagogico o un progetto simpatico da approvare se avanzano fondi. È una colonna portante del pieno sviluppo della persona — così come ci indica l’articolo 3 della Costituzione — e un pilastro fondamentale della coesione sociale e della prevenzione sanitaria, di cui il Sindaco è peraltro, per legge, la massima autorità locale sul territorio.

Negli ultimi anni, a Pisa, abbiamo tenuto costantemente saldato il lavoro politico istituzionale con la mobilitazione sociale dal basso, contro gli stereotipi e le discriminazioni di ogni sorta. Ad oggi registriamo un pauroso e preoccupante arretramento.

Se nel 2015, in sinergia con la rete, ci siamo battuti per aumentare gli investimenti comunali sui servizi educativi per l’infanzia (0-6) e sulla formazione del personale per un linguaggio non sessista e inclusivo, nel 2019 eravamo a contrastare l’uscita del Comune da RE.A.DY (la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). Se nel 2021 eravamo a supportare la mobilitazione studentesca per l’introduzione e il riconoscimento formale delle “carriere alias” in tutte le scuole del territorio pisano — oggi diffuse e consolidate in quasi tutte le superiori —, nel 2025 ci siamo schierati in prima linea contro il ddl n. 2423 sul consenso informato e la censura scolastica, oggi purtroppo convertito nella legge 104/2026.

Le nostre mozioni sono state regolarmente respinte dalla maggioranza, ma così facendo abbiamo costretto il Consiglio comunale a uscire dall’ambiguità a svelare ipocrisie della giunta come l’assessorato alla gentilezza. Abbiamo imposto temi che la destra avrebbe voluto spazzare sotto il tappeto, portandoli al centro del dibattito cittadino, sui giornali, nelle piazze e nelle scuole. Contro il sistematico tentativo di censura, abbiamo portato nell’istituzione cittadina la difesa delle associazioni quando i progetti di educazione alle differenze venivano attaccati e boicottati dai comitati conservatori, ribadendo l’urgenza di politiche locali efficaci contro l’omolesbobitransfobia e i crimini d’odio, e contrastando ogni tentativo di invisibilizzazione istituzionale. Al contempo, abbiamo sempre espresso pieno sostegno a chi, nel mondo della scuola, continua a difendere la libertà d’insegnamento in barba a qualsiasi bavaglio ministeriale.

Accanto al lavoro consiliare, c’è stata un’azione culturale irrinunciabile portata avanti insieme alle associazioni e ai comitati del territorio per costruire la comunità educante: penso ad assemblee pubbliche come “A Scuola Senza Paura”, alla presentazione di libri come “Senza legge”, al contributo dato all’edizione pisana di “Sull’odio non cresce futuro” e infine alla divulgazione e promozione sul territorio delle linee guida e del vademecum “Che fare”, per tutelare l’identità delle persone trans, prevenire il disagio psicologico e contrastare l’abbandono scolastico, per orientarsi e per resistere.

Ma di quale educazione parliamo? Oggi, educare alle relazioni e alla sessuo-affettività significa rispondere a un tempo profondamente distopico: un tempo in cui i giovani si isolano sempre di più culturalmente e digitalmente, spesso privi degli strumenti necessari per comprendere le proprie emozioni, e in cui questo vuoto alimenta un disagio profondo che diventa poi terreno fertile per i peggiori sfoghi di violenza.

E c’è un altro fronte inaccettabile che attraversa la cronaca di questi giorni, segnato dai tentativi di imporre tetti agli studenti stranieri e da una retorica securitaria asfissiante. Oltre alla sostanza l’impatto di simili messaggi sulle nuove generazioni ha un impatto violento e devastante in termini psicologici.

Per noi, educare alle differenze significa necessariamente anche questo: educare all’accoglienza e al valore di cittadine e cittadini che hanno origini, provenienze ed etnie diverse. Le discriminazioni di genere e la lotta intransigente al razzismo sono due facce della stessa medaglia e devono stare al centro della nostra azione politica.

Oggi ci troviamo di fronte a un salto di qualità autoritario spaventoso: la legge Valditara sul consenso informato e le norme collegate vogliono trasformare le famiglie in censori e la scuola in una caserma disciplinare, fondata sul sospetto e sulla paura del corpo e della differenza. Di fronte al rischio concreto dell’autocensura e dell’isolamento denunciato da tutto il nostro movimento, i Comuni possono e devono diventare avamposti di resistenza amministrativa e culturale.

Se la rete ci ha fornito la cornice teorica di azione e l’impianto giuridico, noi abbiamo calato tutto questo nella vertenza territoriale attraverso tre richieste di impegni concreti:
Il sostegno economico concreto: Chiedendo che il Comune non si limiti a dichiarazioni di principio, ma metta in campo risorse economiche e bandi dedicati per sostenere e finanziare attivamente le attività e i progetti formativi che le scuole di ogni ordine e grado hanno in corso, neutralizzando i tentativi di boicottaggio e i divieti imposti dal governo;
La pressione orizzontale sugli altri Comuni tramite l’ANCI: Impegnando il Sindaco a farsi promotore di una rete e di una pressione collettiva all’interno dell’ANCI, affinché le amministrazioni locali non subiscano i diktat romani ma assumano una posizione unitaria di contrasto e richiesta di ritiro del provvedimento;

La pressione istituzionale e culturale sui dirigenti: Trasmettendo formalmente l’atto a tutte le dirigenze scolastiche per costruire un’alleanza di prossimità, perché la vera resistenza e la cultura dei diritti non si calano dall’alto, ma si costruiscono dal basso, radicandosi giorno per giorno nei territori e nelle scuole.
Inoltre abbiamo da sempre posto il tema degli spazi che un’amministrazione locale può e deve fornire ai giovani e alle associazioni per aggregarsi, formarsi, autoformarsi e produrre cultura in maniera indipendente e autonoma.
Tuttavia, compagne e compagni, dobbiamo dircelo con estrema franchezza: basta questo? È sufficiente muoversi nell’alveo della normalità istituzionale?

Guardiamo certamente con favore a tentativi legislativi che vanno nella nostra direzione, come la proposta di legge depositata in Regione Toscana (un passo importante, nato anche grazie all’iniziativa di forze progressiste), che punta a stanziare risorse e a strutturare l’educazione affettiva. Ma dobbiamo riconoscerne il limite strutturale: quella proposta si muove all’interno del perimetro dato, finendo inevitabilmente per mediare con i lacci, i vincoli e le paure di un quadro politico nazionale.

Crediamo che oggi non basti più l’amministrazione ordinaria. Bisogna avere il coraggio di spingersi oltre, di praticare forme di resistenza attiva, persino di disubbidienza istituzionale di fronte a norme liberticide e incostituzionali. Un Comune non deve limitarsi a “subire” le direttive del ministero o a finanziare timidamente qualche progetto calato dall’alto. Il Comune deve farsi esso stesso promotore e incubatore di contenuti educativi, spalancando le porte dei propri spazi culturali, dei centri di aggregazione, dei servizi socio-sanitari e dei consultori alla co-progettazione radicale con la rete associativa e studentesca.

Loro — il governo, il Ministero, le destre reazionarie — vogliono controllare tutto: i corpi dei ragazzi e delle ragazze, i linguaggi che si usano in classe, i libri che si leggono, le identità che si esprimono, i confini di ciò che è dicibile e di ciò che è peccato.
Ma la democrazia non è il controllo totale, gerarchico e poliziesco. La democrazia è la capacità di garantire a tutte le persone di muoversi libere, di esprimersi, di autodeterminarsi senza essere imbrigliate da bavagli ideologici. La vera libertà di svilupparsi, di crescere, esplorare e di diventare cittadine e cittadini attivi e consapevoli parte proprio dall’avere chiara, rispettata e riconosciuta la propria identità sessuale e affettiva.

Questo non possiamo farlo da soli, chiusi nei nostri confini comunali o nelle nostre aule consiliari. Non basta dire “fare rete”: dobbiamo stringere i nodi della rete per farla diventare tessuto — riprendendo un’immagine preziosa —, un tessuto capace di avvolgere i problemi, di proteggere chi resiste e di fare in modo che nessuno, mai, venga lasciato indietro tra le maglie della nostra solidarietà.

Come Una città in comune e come esperienze di opposizione e di governo locale, confermiamo qui la nostra totale disponibilità a sostenere, accogliere, amplificare e diffondere tutto ciò che sale dai movimenti. Siamo a Napoli per questo: per costruire insieme un blocco sociale e politico che rimetta i corpi, i diritti e la libertà al centro della scuola pubblica e della società.

Avanti, fuori controllo!

Una città in comune

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