Tenuto conto che secondo i dati forniti nel marzo di questo anno nell’11° Osservatorio della demografia d’impresa nelle città italiane realizzato a livello nazionale da Confcommercio: “Pisa ha perso un quarto dei suoi negozi dal 2012 ad oggi. Sono 311 le attività di commercio al dettaglio chiuse a Pisa negli ultimi 13 anni, il 25% in meno, con una media di 24 attività perse ogni anno, dove insieme al calo di attività commerciali e ambulanti spicca per la prima volta un trend negativo anche per i bar e i ristoranti nelle aree più periferiche, con un andamento più stabile nel centro storico. Preoccupante il calo di attività come ferramenta (- 47%), edicole (- 42%), media e grande distribuzione (- 42%), libri e giocattoli (- 38%), abbigliamento e calzature (- 30%), commercio ambulante (- 22%), profumerie, fiorai e gioiellerie (- 22%).”
Tenuto conto che nelle scorse settimane anche sulla stampa si è parlato di un vero e proprio “caso Pisa” per il record di chiusure in Toscana di negozi di prossimità alla luce dei dati forniti dall’indagine Nomisma che assegna alla nostra città il record negativo in valore assoluto: “in dieci anni quasi mille e quattrocento piccoli negozi hanno ceduto il passo al neon delle grandi catene o si sono riconvertiti a favore del turismo mordi e fuggi”.
Tenuto conto che in questi decenni, complice le politiche di liberalizzazione sostenute dai vari governi che si sono succediti, la grande distribuzione ha fagocitato le attività di prossimità. Negli ultimi anni anche nostra città abbiamo assistito ad un’apertura smodata e fuori controllo di nuovi punti vendita delle catene della grande distribuzione in tutto il centro storico: da Borgo Stretto, a San Martino fino in Piazza Santa Caterina.
Ritenuto che questo modello provoca desertificazione del tessuto del piccolo commercio locale di prossimità e di qualità, distrugge la qualità del lavoro e si basa su una gestione della filiera del cibo che strangola i piccoli produttori e ostacola lo sviluppo della filiera corta (anche se in parte se ne giova per ragioni di marketing).
Ricordato che tutto questo, poi, avviene dopo che l’emergenza Covid19 ha ulteriormente messo in crisi il piccolo commercio mentre ha favorito enormi fatturati nella grande distribuzione, visto che le liberalizzazioni che centrosinistra e centrodestra hanno portato avanti in questi anni avevano infatti gia reso vulnerabili i piccoli esercizi.
Ribadito che i Comuni possono, invece, portare avanti politiche attive per contrastare la proliferazione di questo modello commerciale che distrugge le nostre città e impoverisce i loro abitanti.
Ricordato che negli ultimi 20 anni nella nostra città a seguito delle politiche urbanistiche condotte prima dal centrosinistra e negli ultimi 8 anni dal centrodestra sono nati come funghi scatoloni di cemento per la grande distribuzione, dall’Aurelia a Cisanello,; e negli ultimi 8 anni in particolare la giunta Conti, a sua volta, ha dato il via a nuove pesanti previsioni di aree commerciali a Porta a mare, a Porta a Lucca persino dietro le mura in via Emanuele Filiberto.
Tenuto conto che le scelte che verranno assunte con l’approvazione del Piano Operativo Comunale saranno determinanti per invertire o meno questa tendenza.
Preso atto che nelle previsioni contenute nella delibera relativa al Piano Operativo Comunale adottato lo scorso 23 aprile dal Consiglio comunale si prevede di destinare numerose aree, in particolare aree industriali e di produzione, a fini commerciali in particolare per la media e grande distribuzione in alcune aree nevralgiche della città come quelle vicine a Piazza del Duomo come nel caso dell’ex-Colorificio e dello stabilimento Kimble
Ritenuto che
Noi proponiamo, invece, politiche fiscali ed economiche a sostegno del commercio di prossimità in tutti i quartieri di Pisa, e uno stop alla proliferazione di punti vendita della grande distribuzione ovunque essi vengano proposti e anche se di piccole dimensioni.
Il Consiglio comunale
ritiene necessario ed imprescindibile sostenere un modello di economia locale fondato sulla sostenibilità sociale ed ambientale, e la produzione di un lavoro di qualità
ribadisce che il Comune deve:
1. essere un soggetto attivo per un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla tutela del territorio e dell’ambiente, sull’offerta di servizi di qualità alla cittadinanza, sull’innovazione sociale e sul rispetto e sull’estensione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori;
2. Sviluppare una politica economica di promozione dello sviluppo locale che faccia della risposta ai bisogni sociali il cardine della propria proposta, attraverso il coinvolgimento nelle decisioni di tutti gli attori in gioco: dalle organizzazioni di categoria, a tutte le organizzazioni sindacali, alle università e ai centri di ricerca, che a vario titolo hanno competenze sui temi dell’economia e del lavoro;
3. Rilanciare il commercio di prossimità, equo, sostenibile, di filiera corta, locale, che si integra con la qualità del lavoro e della vita per la cittadinanza.
4. Rilanciare l’artigianato locale mettendo in rete esercizi di prossimità.
5. Recuperare e promuovere i vecchi mestieri, anche al fine di contribuire al riuso e alla riparazione, con un impatto positivo sulla riduzione dei rifiuti”
6. Valorizzazione della rete delle attività di commercio equo, sostenibile, di filiera corta, locale, che si integrano con la qualità del lavoro e della vita per la cittadinanza.
Per queste ragioni il Consiglio comunale
avvierà un percorso per l’approvazione di una moratoria all’insediamento in città di punti vendita della grande distribuzione, ovunque essi vengano proposti e anche se di piccole dimensioni.
Ritiene sbagliate le previsioni contenute nel Poc relative ai cambi di destinazione d’uso a fini commerciali delle aree industriali dismesse a partire da quelle dell’ex-colorificio e della Kimble per le quali propone invece una destinazione Industriale e artigianale limitata alle seguenti categorie:
– laboratori, officine, botteghe ed attività artigianali, anche con vendita diretta al dettaglio di beni,
– prodotti e servizi, esercitata in spazi che contemplano comunque e in via prevalente la produzione, tra le quali: falegnameria e lavorazione del legno, fabbri e lavorazione del ferro, impiantistica elettrica e termoidraulica; produzione di beni artistici, oreficerie e lavorazione di metalli preziosi, laboratori di ceramica, laboratori d’arte, attività di restauro e ripristino di beni di interesse artistico o appartenenti al patrimonio artistico, architettonico, bibliografico o archivistico; sartoria artigianale, tappezzeria, vetrai, corniciai, attività di riparazione, manutenzione e noleggio di macchine per ufficio e simili; servizi alla persona (lavanderie, parrucchieri, barbieri, estetisti, pedicure, attività artigianali in ambito medicale, ottico, odontotecnico, ecc.).
Giulia Contini: capogruppo Diritti in Comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista
