Il Comune si sta avviando verso l’approvazione del nuovo POC (Piano Operativo Comunale), lo strumento con cui l’amministrazione definirà, dal punto di vista urbanistico, il futuro assetto della città. In altre parole: quanto, dove e come si costruirà e quale sarà il destino di ciò che è già costruito.
È innegabile che nella nostra città operino soggetti con un peso ben diverso da quello dei singoli cittadini, sia nel settore privato sia, soprattutto, in quello pubblico. Tra questi spicca l’Università di Pisa. Ci chiediamo quale idea di città abbia in mente l’Ateneo e come intenda gestire il proprio patrimonio in un momento storico in cui l’accesso all’istruzione rischia di diventare sempre più un privilegio anziché un diritto, anche a causa delle crescenti difficoltà abitative per gli studenti fuori sede.
Abbiamo analizzato attentamente le proposte che l’Università di Pisa ha presentato al Comune come contributi al POC. Da queste emergono scelte poco condivisibili, che rivelano una visione miope, non orientata alla sostenibilità ambientale o al rafforzamento delle funzioni pubbliche, ma piuttosto a operazioni finalizzate a “fare cassa” e a favorire dinamiche speculative.
Tra i principali contributi presentati dall’Ateneo desta preoccupazione la proposta di trasformare l’ex Facoltà di Veterinaria, sul viale delle Piagge, prevalentemente in residenziale, così da rendere l’edificio appetibile per investitori privati interessati alla realizzazione di nuovi appartamenti.
Sulla stessa linea si colloca la richiesta relativa all’ex Dipartimento di Igiene in via San Zeno, per il quale si propone anche l’aggiunta di oltre 1.000 metri quadrati di nuova edificazione a fini commerciali. In altre parole, la rigenerazione urbana concepita dall’Ateneo sembra ridursi alla residenza privata e al commerciale, in continuità con l’impostazione della Giunta Conti.
Preoccupa inoltre l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione del Palazzo dei Congressi con destinazione commerciale: un intervento che appare pensato più per gli investitori che per la cittadinanza e la popolazione studentesca.
Il distacco dall’interesse pubblico — inteso come interesse delle persone che vivono la città, comunità studentesca compresa — appare evidente. È davvero questa l’idea di città del futuro che l’Ateneo propone? Nei contributi al POC non si prevede alcun utilizzo pubblico, sociale o collettivo degli immobili, mentre emerge la volontà di lasciare il massimo spazio ai privati, attraverso progetti e convenzioni meno vincolanti rispetto a quelli previsti dai piani di recupero.
Va inoltre ricordato che l’ex Dipartimento di Chimica è già stato proposto agli investitori privati con richiesta di cambio di destinazione d’uso per studentati privati, mentre per la nuova sede di Biologia si prevede la cementificazione di oltre un ettaro di area precedentemente destinata a parco.
Sembra prevalere la logica della valorizzazione economica immediata del patrimonio, rendendolo “appetibile” al mercato. Ma vendere spazi pubblici per favorire nuove abitazioni private in una città che conta oltre 4.000 case vuote significa fare cassa a discapito delle nuove generazioni: un progetto che riteniamo inaccettabile.
Chiediamo al Rettore e alla comunità accademica quale sia la loro visione per la Pisa universitaria del futuro.
Le alternative esistono. Tra i veri portatori di interesse dovrebbero esserci innanzitutto le persone che vivono la città, non solo chi intende investirvi. L’Università potrebbe partire proprio dagli studenti: mancano spazi studio, luoghi di aggregazione, posti letto per gli aventi diritto, mentre nel mercato privato i costi delle stanze sono sempre più insostenibili.
Ci chiediamo inoltre come sia possibile che un ateneo all’avanguardia non riesca a immaginare il recupero e la riqualificazione del proprio patrimonio, anche attraverso progetti architettonici di qualità che valorizzino ciò che già esiste, creando spazi nuovi e funzionali alle esigenze attuali, nel rispetto della sostenibilità ambientale e climatica.
La rigenerazione urbana non può coincidere con la semplice dismissione o riconversione a fini di mercato. Alla svendita degli immobili si accompagna spesso nuova edificazione e consumo di suolo oggi non edificato, una direzione che contrasta con le politiche di sostenibilità ambientale e di mobilità sostenibile che la stessa Università dichiara di voler perseguire. Non si può parlare di transizione ecologica e, allo stesso tempo, incentivare espansione edilizia e impermeabilizzazione del territorio.
La vera sfida è il riuso del costruito: recuperare, efficientare energeticamente, rifunzionalizzare gli spazi esistenti e restituirli a usi pubblici, sociali e collettivi. Solo così si può costruire una città più equa, vivibile e coerente con gli obiettivi climatici.
Chiediamo quindi all’Università un ripensamento radicale di queste operazioni immobiliari, che si inseriscono a pieno titolo nel processo di trasformazione della città promosso dal Comune e rispetto al quale sta crescendo una consapevolezza critica e un’opposizione sempre più diffusa tra i cittadini.
Diritti in comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista
