Contro lo studentato privato nell’ex area Saint-Gobain: fermare la città della rendita, investire sui servizi nel quartiere.
A Porta a Mare, nell’ex area Saint-Gobain di via Cruto, stanno scavando un altro pezzo di città per consegnarlo alla rendita.
Dietro le recinzioni del cantiere, dietro la solita formula apparentemente innocua degli “alloggi per studenti”, si vede con chiarezza cosa sta accadendo: la città viene trasformata in un terreno di conquista per fondi immobiliari, costruttori e grandi operatori privati.
Il committente non è un soggetto pubblico né un ente per il diritto allo studio; è Finint Investments / Finanziaria Internazionale Investments SGR S.p.A. Il progetto non è pensato per garantire casa accessibile a studenti e studentesse. È un’operazione privata, dentro un mercato che ha capito benissimo come trasformare l’emergenza abitativa in profitto.
Da anni a Pisa gli affitti aumentano, le stanze diventano introvabili, il costo della vita espelle studenti, lavoratori precari, famiglie, migranti, abitanti storici. Di fronte a questa crisi, la risposta dell’amministrazione non è rafforzare il pubblico, non è costruire case popolari, non è aumentare i posti letto realmente accessibili, non è recuperare patrimonio dismesso per farne servizi, spazi sociali, residenze pubbliche. La risposta è spalancare le porte agli investitori.
Lo student housing privato è una delle forme più aggressive dell’urbanistica neoliberale. Prende un bisogno sociale reale – la casa per chi studia – e lo trasforma in prodotto finanziario. Prende quartieri vivi e complessi e li spezza in funzioni separate: qui gli studenti-consumatori, lì i turisti, altrove i residenti espulsi, più lontano chi non può più permettersi la città.
A Porta a Mare si ripete lo stesso schema che vediamo in tutta Pisa: grandi aree trattate come occasioni speculative, piani urbanistici piegati agli interessi privati, amministrazione comunale ridotta a sportello per la rendita, patrimonio pubblico svenduto o abbandonato, quartieri trasformati senza alcuna discussione reale con chi li abita.
Di recente abbiamo appreso dell’acquisto da parte di Coop di una porzione dell’ex area Vitarelli con l’ipotesi di trasferire il supermercato Coop di via Ponte a Piglieri nella nuova area acquistata, presentando l’operazione come risposta a problemi di logistica, parcheggi e viabilità dell’attuale punto vendita. Ci sono, accanto, i vecchi capannoni Piaggio lungo il canale dei Navicelli, per cui il Piano operativo comunale prevede nuovi interventi con studentato e nuove residenze. Ci sono i nuovi alloggi previsti lungo via di Viaccia. Pezzo dopo pezzo, cambia il volto del quartiere.
Ma il punto è proprio questo: chi decide questo cambiamento? E a vantaggio di chi?
La parola “riqualificazione” viene usata come una formula magica per rendere indiscutibile ogni trasformazione. Se un’area è dismessa, se un capannone è abbandonato, se uno spazio è stato lasciato per anni al degrado, allora qualsiasi intervento privato viene presentato come un
miglioramento inevitabile. È il ricatto classico dell’urbanistica neoliberale: prima si lascia marcire il patrimonio urbano, poi si consegna la soluzione al mercato; prima si produce abbandono, poi si chiama “rigenerazione” l’arrivo degli operatori privati.
L’acquisto dell’ex Vitarelli da parte di Coop va letto dentro lo stesso disegno che tiene insieme studentati privati, nuove residenze, funzioni commerciali, parcheggi, valorizzazione fondiaria e cambio della composizione sociale del quartiere. Non siamo davanti a una semplice sostituzione di un supermercato con uno più grande o più comodo. Siamo davanti a un’operazione che accompagna e rafforza la trasformazione di Porta a Mare in una piattaforma di investimento.
E intanto, mentre si discute di nuove superfici commerciali e nuove rendite immobiliari, gli abitanti continuano a chiedere ciò che serve davvero: servizi di prossimità, manutenzione, marciapiedi sicuri, verde attrezzato, illuminazione, trasporto pubblico, spazi sociali, luoghi pubblici attraversabili e accessibili. È il caso di via Aldo Moro, dove da anni gli abitanti chiedono interventi concreti, ma non ricevono risposte. Per questa amministrazione la priorità è un’altra: rendere appetibili le aree per chi investe, non rendere vivibili i quartieri per chi li abita.
Quello che viene presentato come “cambiamento del volto” di Porta a Mare rischia di essere, in realtà, il cambio della sua popolazione, delle sue funzioni, dei suoi equilibri sociali. Un quartiere operaio e popolare, segnato da una storia industriale, viene progressivamente riscritto secondo le esigenze della rendita: studentati privati, supermercati, residenze, parcheggi, consumo, valorizzazione immobiliare.
Noi non accettiamo questa narrazione. Non basta dire che un’area dismessa viene “recuperata” per stabilire che quel recupero sia giusto. Non basta piantare qualche albero o prevedere una quota di verde per cancellare il carattere speculativo di un’operazione. Non basta spostare funzioni commerciali e aggiungere posti letto privati per parlare di interesse pubblico. L’interesse pubblico si misura su casa accessibile, servizi, spazi comuni, partecipazione reale, controllo democratico delle trasformazioni urbane.
Il cantiere di via Cruto, l’ex Vitarelli, i capannoni Piaggio, il canale dei Navicelli: tutto questo riguarda Porta a Mare, ma non solo Porta a Mare. Riguarda tutta Pisa. Riguarda il futuro della città. Riguarda la domanda fondamentale: Pisa deve essere uno spazio da abitare o un prodotto da vendere? Una città per chi la vive o una piattaforma per chi ci specula?
Noi diciamo chiaramente che questo modello va fermato. Ma non ci basta la trasparenza. Non vogliamo limitarci a sapere meglio come ci stanno espropriando la città. Vogliamo impedire che accada.
Per questo motivo organizzeremo un’assemblea di quartiere il 22 giugno alle ore 18 al circolo Arci “E. Curiel” alla Vettola per discutere delle previsioni contenute nel Piano operativo comunale e di come possiamo organizzarci per impedire questi scempi.
Porta a Mare non è in vendita. Pisa non è merce.
Diritti in Comune: Una città in comune – Rifondazione Comunista
