| domenica 6 maggio 2018 |
Testata: TIRRENO |
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Pisa, 1972: il 5 maggio gli scontri con la polizia, il 7 la fine del giovane anarchico
di FABIO DEMI
5 maggio 1972. In una Pisa ormai abituata agli scontri di piazza (che durano da quattro anni), in un’Italia ormai abituata alla violenza politica (ma quanto sangue deve essere ancora versato), la falce della morte ghermisce un ragazzo di 20 anni. O meglio, quel maledetto giorno inizia l’agonia, che si conclude 48 ore dopo, il7 maggio. Il ragazzo si chiamava Franco Serantini. Era un anarchico.
13 maggio 1972. In una Pisa ancora sconvolta, in un’Italia che continua a interrogarsi sulla tenuta delle istituzioni democratiche di fronte alla violenza dilagante, a poche centinaia di metri dal punto in cui era stato colpito Serantini, si svolge una manifestazione di Lotta continua per ricordare il giovane ucciso. C’è anche il leader Adriano Sofri. Da lì sarebbe partito l’ordine di uccidere, a Milano, il commissario Luigi Calabresi. L’omicidio avviene effettivamente quattro giorni dopo, il 17 maggio.
Nell’anno in cui si scrivono fiumi d’inchiostro sul mezzo secolo che ci separa dalla grande contestazione del Sessantotto, di cui Pisa fu una delle capitali, i tragici fatti del 1972 assumono un significato ancora più forte. Perché quegli accadimenti possono essere visti come una derivazione diretta della rivolta studentesca che visse il suo epicentro nell’anno solare 1968, ma che ebbe evidenti conseguenze negli anni successivi, come peraltro ebbe plateali anticipazioni negli anni precedenti. Dunque, quando si parla di Sessantotto, il riferimento non può essere soltanto ai pur numerosi e importanti avvenimenti di quei 12 mesi, perché il fenomeno fu cronologicamente ben più lungo. Per Pisa, ad esempio, si può indicare un arco temporale tra il 1964 e il 1972. Riannodiamo brevemente il filo rosso che collega quei fatti.
E TOGLIATTI ALLA NORMALE Nel gennaio 1964 la grande occupazione della Sapienza, simbolo dell’ateneo pisano, durata una ventina di giorni, è una palese dimostrazione che nell’università i venti del cambiamento, da semplici refoli, stavano diventando burrasche. Pochi giorni dopo, il 3 marzo 1964, un altro episodio emblematico. Alla Scuola Normale viene invitato a parlare il segretario generale del Partito comunista Palmiro Togliatti sul tema “I comunisti e la crisi del secondo dopoguerra”. Pubblico amico ma finale a sorpresa. Due studenti, Adriano Sofri e Gian Mario Cazzaniga, chiedono di intervenire. Le domande non sono di routine. Anzi, sono macigni. Si chiede al leader del Pci come mai nell’immediato dopoguerra non avesse sfruttato il potenziale rivoluzionario della masse operaie e contadine, che pure esisteva, per conquistare il potere in Italia. Gli viene inoltre rinfacciato di aver votato a favore, nel 1947, dell’inserimento nella Costituzione dei Patti Lateranensi. Togliatti non ha la risposta pronta, infastidito dal fatto che un paio di studentelli osassero mettere in discussione la sua autorità di capo dei comunisti e la sua strategia politica. «Ci provi lei a fare la rivoluzione», sibila Togliatti a Sofri che lo incalza. «Ci proverò, ci proverò», risponde l’allora ventiduenne futuro fondatore di Lotta continua.
Poi, come in un film dai fotogrammi prima lenti poi sempre più accelerati, il filo si dipana: 1) con le Tesi della Sapienza del febbraio 1967 (discusse e approvate durante una nuova occupazione della Sapienza, ispirarono l’apparato teorico del Sessantotto italiano); 2) con i fatti del marzo 1968 quando, dopo gli scontri tra studenti e forze dell’ordine di Valle Giulia a Roma, la situazione si surriscalda definitivamente anche a Pisa, con disordini di piazza e arresti; 3) con il saldarsi tra proteste studentesche e rivendicazioni operaie alla Marzotto e alla Saint Gobain; 4) con la terribile notte alla Bussola del 31 dicembre 1968 quando i giovani del Potere operaio organizzarono la contestazione contro i “borghesi” che festeggiavano San Silvestro (negli scontri con i carabinieri rimase gravemente ferito il diciassettenne Soriano Ceccan ti, raggiunto da un colpo di pistola alla base del collo che lo ha privato per sempre dell’uso delle gambe).
La morte, che fino a quel momento era stata una presenza incombente nei numerosi scoppi di violenza, si materializza per la prima volta nel 1969.1127 ottobre a Pisa viene organizzata una grande manifestazione di protesta contro la violenza fascista: due giorni prima, nel centralissimo corso Italia, due giovani di estrema sinistra erano stati circondati e percossi da quattro estremisti del fronte opposto. Un lunghissimo corteo di ottomila persone attraversala città. Trecento giovani si sganciano per dare l’assalto alla sede del Msi in corso Italia, presidiato in forze dalla polizia. Ne esce una battaglia cruenta: un morto, cento feriti, 27 arresti. Rimane ucciso Cesare Pardini, un ragazzo di 22 anni, che studiava legge, faceva sport al Cus Pisa e aveva il solo torto di passare dal posto sbagliato nel momento sbagliato, per andare a casa. Non aveva nulla a che fare con la manifestazione. Viene centrato in pieno petto da un lacrimogeno sparato dalla polizia che gli spacca il cuore.
E questo è il momento di tornare da dove siamo partiti, il 5 maggio 1972. Quarantasei anni fa. Anche quella volta l’obiettivo dei contestatori, e di Lotta continua in particolare, sono i fascisti. Il movimento vuole impedire un comizio del parlamentare missino Giuseppe Niccolai. I dimostranti cercano di raggiungere largo Ciro Menotti, sede del comizio, ma il tentativo scatena l’inferno. Per interminabili ore Pisa è sconvolta dalla guerriglia nelle strade del centro. Molotov e lacrimogeni. Lacrimogeni e molotov. Sul lungarno Gambacorti, vicino al Comune, Franco Serantini viene travolto da una violenta carica della polizia, massacrato di botte e arrestato. Lo rinchiudono agonizzante nel carcere Don Bosco di Pisa. Viene interrogato da un giudice, sta malissimo, ma nessuno, neanche il medico della prigione, lo prende sul serio. Senza cure, viene trovato in coma nella sua cella. Trasportato d’urgenza al pronto soccorso, muore alle 9.45 del 7 maggio. Enrico Deaglio nel libro “Patria 1967-1977” riporta le parole dell’avv. Giovanni Sorbi all’uscita dall’autopsia: «È stato un trauma assistere all’autopsia, veder sezionare quel ragazzo che conoscevo. Un corpo massacrato, al torace, alle spalle, al capo, alle braccia. Tutto imbevuto di sangue. Non c’era neppure una piccola superficie intoccata…».
Franco era figlio di NN, solo al mondo, aveva vissuto negli orfanotrofi e negli istituti di rieducazione. La sua morte colpì profondamente l’opinione pubblica. Corrado Stajano, nel suo libro “Il sovversivo”, fa una potentissima descrizione dei funerali del 9 maggio: «Sulla bara è stesa la bandiera anarchica, rossa e nera. I compagni la portano sulle spalle, sembra che l’accarezzino con la guancia. Le migliaia di bandiere del corteo, rosse, rosse e nere, nere con la “A” rossa, formano una gigantesca rastrelliera di lance, le facce sono minacciose. Il dolore si mescola alla rabbia… Il funerale si muove dall’obitorio… Serantini è rimasto per molte ore nudo, il suo vestito era stato sequestrato per la perizia e lui non ne possedeva un altro. Poi è arrivato un compagno con una giacca, un paio di pantaloni e una rosa rossa da mettergli sul petto. La città è partecipe, dolente, il popolo porta fiori, le donne sostituiscono la madre ignota e piangono il figlio di nessuno. Il corteo, che svolta nel Campo dei Miracoli, è di una cupa suggestione… C’è un’atmosfera solenne, c’è un gran silenzio, rotto dal rullare dei passi». A Serantini, Lotta continua dedica anche una canzone, immaginando che il ragazzo sia risorto e sia accanto ai compagni sui picchetti: «…E da Palermo a Milano, in fabbrica o in cantiere, ovunque noi si lotterà Franco potrem vedere». Le indagini per stabilire chi avesse ridotto Serantini in quello stato finirono nel nulla. Nessun responsabile.
Intanto l’Italia piombava sempre di più nella strategia della tensione, con le sue stragi ai danni di cittadini inermi, e negli anni di piombo, con l’attacco delle Brigate Rosse al cuore dello Stato democratico. Sembrava che delle rivolte del Sessantotto, delle sue tensioni ideali, della sua lotta all’autoritarismo nella società, fosse rimasto soltanto l’uso politico della violenza. Non era così. Le lotte di quegli anni, partite dalle università ed estese alle fabbriche, hanno contribuito a portare in dote un significativo ampliamento della sfera dei diritti, di cui godiamo come cittadini e lavoratori. Ma allora, nei giorni della tragedia di Serantini, non c’erano chiari motivi per guardare al futuro con fiducia e ottimismo.
