La riva mancina, la facciata di una chiesa, la città, il mondo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bel contributo di Danilo Soscia.

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Da lontano la facciata del Duomo vecchio in piazza San Paolo a Ripa d’Arno quasi ammonisce per la compostezza, per il rigore stellare delle forme, espressione di un sentimento geometrico profondo, individuale (dei molti che misero mano alla conclusione dell’opera) e universale insieme. Una percezione distinta, suggerita in realtà da molti dei tesori pisani. Eppure il senso di quella facciata è sedimentato forse anche altrove. Certo, il calcolo che la governa è ineccepibile, ed è cosa saggia lasciarne il racconto alla filologia puntuale di chi conosce pietra dopo pietra, marmo dopo marmo. È bene che sia colui in grado di distinguere una lesena da un intarsio, un rosone da un oculum, una spirale da un torciglione, a suggerire il perché su quella facciata le decorazioni siano distribuite in un modo e non in un altro, del perché nei secoli sia stata fatta una scelta e non un’altra, e quale la storia di ogni tassello. Ma lo sguardo nostro può e deve godere anche dell’immaginazione, di quella capacità di presagire il senso spalancando prospettive inedite. Nel concetto di ‘classico’ è impressa la forma di qualcosa che è eterno, e l’eternità – quella durata astratta che coincide con l’impossibilità di dire definitivamente le cose – sta forse nella metamorfosi perpetua del significato.

La storia dell’arte potrà dirci più o meno sempre quale calcolo abbia definito una simile perfezione, ed è già un godimento altissimo, sublime. Ma lo sguardo, l’occhiata partecipe di chi sente ancora mormorare la pietra, non può e non deve fermarsi al solo spoglio della storia.

La facciata di San Paolo a Ripa d’Arno è davanti a noi, vicina, e niente è uguale sulla sua distesa bicroma. I più accorti ricorderanno la prossimità evidente tra questa facciata e quella ben più nota e blasonata della Cattedrale. Certo, tutto vero. Ma l’ordinata molteplicità di elementi, di storie microscopiche che si rincorrono e si fondono in un unico assetto, è un aspetto peculiare di San Paolo, non del Duomo. Gli archi ciechi che decorano l’ingresso alle navate hanno accentuazioni diverse, diversi gli intarsi a destra e a sinistra, diverse le lunette. Non si troverà un architrave identico, e gli ocula che bucano la facciata sono tra loro irriducibili. Le madonne in rilievo tra la sequenza di archi ciechi e la cornice marcapiano sembrano giungere da angoli del mondo lontani, riecheggiando quella nozione dialettica – che suona nostalgica ai tempi nostri – di Oriente e Occidente che si guardano negli occhi. E poi i loggiati, pronti verso il cielo, le colonne più varie, i capitelli fioriti, le angosciose – eppure rassicuranti – protomi umane, e ancora su, fino al ‘mistero’ di quell’apertura nel loggiato superiore. Chi scrive confessa con il candore del semplice di non conoscere la ragione di una simile variante. Eppure è un piacere vivo, impagabile, vedere contrastare il celeste del cielo pisano – che è crudele, certo, ma sa essere schietto come pochi – e il bianco di burro del marmo. Una piccola finestra sullo spazio, un buco nel cielo dal quale traspare la bellezza semplice del mondo.

Ecco, la facciata di San Paolo è anche questo. La pluralità e la varietà di elementi non dissuonano, anzi, danno l’impressione viva di un organismo coerente, che procede all’unisono e compone nell’occhio una visione unitaria, accordata. Un’allegoria repentina di quello che è, in fondo, la città di Pisa, così diversa, così uguale. Una celebrazione implicita, involontaria del suo tessuto variopinto, secolare, vivo e forte, anche se appannato dal grigiore di un tempo che vede prevalere, in ogni luogo, il profitto di pochi a discapito del bene di tutti, che vede discriminare il diverso con le azioni più abiette, che vede trionfare la logica del singolo, del campanile, contro il collettivo, la comunità.

Eppure la facciata di San Paolo a Ripa d’Arno è un monumento, una rappresentazione vivente di quello che è la città, o meglio: di quello che sarebbe, se rispondesse al richiamo autentico della sua vocazione. Nessuna identità forzata, nessun modulo costrittivo, ma diversità nell’uguaglianza.

Molti potrebbero pensare che una simile lettura sia facile, troppo facile, a posteriori. Eppure io credo che i tre giorni d’incontro e di svago vissuti a Riva Mancina, non potevano avere collocazione migliore. Anzi, con spirito infantile, dico che una simile iniziativa non dovrebbe mai spostarsi altrove, che quella è la parte di città dalla quale ripartire, ogni estate, sempre con lo stesso spirito. A partire da una facciata, e da quello che il suo mutevole senso saprà ispirare ai contemporanei, e alle generazioni a venire. Piazza San Paolo rappresenta in pieno – e felice è stata l’intuizione di chi ha proposto una simile eventualità – il senso ultimo di un’esperienza che guarda non da lontano, ma da vicino, il mondo al quale appartiene. E da vicino scopre che la propria diversità è cosa bella, ed è ancora più bella accanto a un’altra diversità uguale.

Cento di queste Rive Mancine.

Danilo Soscia

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