San Paolo a Ripa d’Arno un anno dopo (anzi più di tre)

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Un anno fa in questa piazza lo storico dell’arte Tomaso Montanari (recente vincitore del Premio culturale Il Ponte) dichiarò: “Se fossi il sindaco o l’assessore alla cultura di Pisa, il rettore di una delle università, il vescovo o il Soprintendente ora mi vergognerei a uscire di casa: perché tutti possono farsi un’idea, solida e diretta, delle responsabilità enormi di una classe dirigente che è eufemistico definire inadeguata. Una città in cui, mentre una grande basilica romanica come San Paolo a ripa d’Arno è chiusa da anni e rischia di crollare, ci si balocca con il demenziale progetto degli uffizi pisani. Una città in cui l’università si autopugnala al cuore chiudendo e smembrando la sua importantissima biblioteca storica”.

Dopo un anno torniamo di fronte al “secondo Duomo” di Pisa, chiuso dal gennaio 2012 e puntellato all’interno per gravi problemi strutturali. Oggi come allora i visitatori vengono accolti in questo luogo abbandonato da una serie di pannelli illustrativi su indagini diagnostiche risalenti alla scorsa estate, costate € 353.900 (€ 140.000 dalla Fondazione Pisa, € 100.300 dalla parrocchia, € 113.600 dall’Arcidiocesi). La situazione resta drammatica: inclinazioni rilevanti sia verso l’Arno che in direzione dell’abside, difficile situazione delle coperture e della cupola che “presentano problemi seri in tutta la sua estensione”, cattiva qualità muraria della parte sud. Per il restauro vero e proprio – che non è mai partito – si parla di 2,5 milioni di euro. Soldi che ovviamente non ci sono.

Insomma, la chiesa sta sprofondando e le sue mura stanno ruotando verso il fiume. La questione non dovrebbe riguardare solo la diocesi – che di questo straordinario luogo di culto è titolare – ma anche gli amministratori, visto che si tratta di un monumento antico e di grande pregio, nonché un’importante meta turistica. La città dovrebbe farsi carico delle spese necessarie per il restauro e così pure il MiBACT e le fondazioni bancarie: tutti dovrebbero concorrere al finanziamento di questo importante e urgente recupero, e quando il cantiere per il consolidamento e il restauro si aprirà, i lavori richiederanno almeno due anni.

Invece gli amministratori tacciono, anzi esultano per la candidatura di Pisa a capitale italiana della cultura 2016-17, una sorta di lotteria che vedrà alcuni giurati premiare due città vincitrici con un milione di euro. Dopo aver mancato miseramente le prime selezioni per diventare capitale europea, Pisa è in lizza per il “titolo nazionale”: al di là dell’insensatezza dell’iniziativa – visto il dissesto del dicastero dei Beni culturali – sarebbe stupido farsi sfuggire il finanziamento. Perché allora non cominciare col rintracciare i finanziamenti, pubblici e privati, per il restauro della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno? Perché non convocare Soprintendenza, curia e tutti gli enti proprietari di edifici storici in sofferenza – a cominciare dalle emergenze note (per citarne tre: il chiostro di San Francesco, la Domus Mazziniana, lo Spedale dei Trovatelli) – per studiare assieme una soluzione?

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